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martedì 11 marzo 2014

Maledetto Sud di Vito Teti - Recensione di Teresa Caligiure





Maledetto Sud (Torino, Einaudi, 2013; disponibile anche in e-book), l’ultimo libro di Vito Teti, ordinario di Antropologia Culturale all’Università della Calabria, è un contributo che, si può esserne certi, di qui in avanti sortirà numerosi dibattiti, poiché si interroga con onesta apertura intellettuale sulle scomode realtà del Meridione che rischiano di essere sopite da passive accettazioni.

 L’antropologo, mediante una lucida analisi sul Mezzogiorno d’Italia, dagli anni dell’Unificazione ad oggi, rileva gli innumerevoli volti, le logiche contrastanti e le distorte immagini che caratterizzano il Sud. Senza scendere a patti con provincialismi e infeconde polemiche, l’autore delinea l’identità meridionale in relazione alla storia passata, per ridiscutere gli stereotipi ormai accreditati da tempo, che hanno gremito la letteratura sull’Italia meridionale e si sono affermati fin dal XVI secolo, ancor prima «dell’invenzione di un Meridione nell’Italia unita».

A tal proposito sono esplicativi i provocatori titoli dei capitoli che compongono il libro, in quanto sintetizzano gli appellativi attribuiti spregiativamente agli italiani del Sud: Oziosi e lenti, Sudici, Maledetti, Melanconici, Briganti, mafiosi, camorristi e ‘ndranghetisti, Pittoreschi. Teti ricostruisce molto bene l’originarsi e il diffondersi di tali raffigurazioni ed analizza, tra gli altri, il fenomeno dell’assistenzialismo, degenerazione apostatica dell’ozio, antitesi dell’antica fatica dei contadini che lottavano giornalmente contro la fame, e oggi manifestazione dell’alto tasso di disoccupazione dei giovani in perenne attesa di un impiego, presupposto che favorisce l’asseufazione alle logiche servili e delinquenziali delle raccomandazioni. 

Si sofferma sulla tematica della sporcizia, per la quale negli anni passati venivano emarginati gli emigrati e i contadini, che però un tempo potevano vantarsi di vivere in un Sud ricco di sorgenti, coste e mari puliti. L’autore pone in rilievo le furbizie di coloro che usufruiscono di contributi senza averne il diritto, dei falsi invalidi, degli impiegati assenteisti, dei parassiti che gabbano lo Stato, evidenziando le responsabilità dei dirigenti locali e nazionali. Ma in tal modo, asserisce Teti, si imbroglia primariamente se stessi e poi gli altri, per cui «la maledizione continua ad avverarsi e i meridionali non riescono ad uscire dalle trappole che sono state loro create e che si sono creati».




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