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giovedì 27 febbraio 2014

Ero Maddalena di Cinzia Demi - Riflessioni di Angela Caccia





Un pensiero unico che si srotola su note ora allucinate e vaneggianti, ora nostalgiche delicate. Oltre la bontà di una poesia limpida – indubbia la generosità dell’autrice: particolarmente gravoso il carico emotivo per entrare nella pelle del personaggio – la destrezza della Demi sta nel condurre il verso sul filo di un pathos che oscilla dalla dolcezza estrema all’estremo struggimento: è anche in questo “troppo”, sapientemente retto e mantenuto alto, la bellezza del libro.

Un verso che fruga come una mano nel lettore e ne smaga gli angelismi e le melasse di una fede fiabesca. Se tutti i salmi finiscono in gloria, ogni gloria ha un calvario che non si può non soppesare - o peggio, dribblare - per potersi dire credenti consapevoli della propria fede

come la croce
che incontro sempre
nei rami dell’ ulivo

nel declivio del monte
al crocevia di un passaggio
messaggio sacro o profano che sia


Radiale il contenuto di ogni verso - si apprezzano molto i rimandi a pensieri ancora più alti - quasi un’implicita denuncia alle cancrene di questo tempo.
Nella nostra “modernità liquida” che ha perso il senso del tempo, dove il dinamismo è un disvalore perché non disgiunto da una sorta di frenesia (Zygmunt Baumann); in questa “cultura dell’adesso” (Stephen Bertman) fondata su un equilibrio emotivo effimero che preclude così la lenta e densa costruzione della persona, si affida la verità ad un flusso di emozioni si affida e questa, non agganciandosi a nulla di oggettivo, risulta autoreferenziale, poco attendibile, si sbriciola. Come la ragnatela – scrive Sandra Harding -, il ragno la elabora da se stesso, la fa uscire e disegna un'armonia, un altro ragno la disegna in altro modo, passa un colpo di vento, e tutto crolla, così la Maddalena della Demi afferma la sua conquista

posseggo un solo ricordo
misuro un solo cammino.


La sua verità in Cristo, un tutto, un assoluto inconfutabile che si fa chiarezza progetto cammino, il punto di fuga della vita stessa. Vita e verità, ampiezze sovrapponibili, estensioni dall’unica sorgente. Interessante, a riguardo, il filosofo russo Pavel Aleksandrovič Florenskij - (attraverso la relazione di Graziano Lingua all’Istituto Banfi) : La parola istina [verità], secondo Floreenskij, contiene un legame inscindibile con la dimensione ontologica dell'esistere: la radice da cui deriva è infatti est' (infinito del verbo essere) e seguendo le osservazioni del linguista V.I. Dal', si può affermare, secondo Florenskij, che "tutto ciò che è, è istina".
Più ancora, indagando ulteriormente l'etimologia di est' si scopre che essa deriva dal radicale es (as in sanscrito, da cui asmi e asti) che nella sua fase più antica significava respirare (hauchen e atmen in tedesco). "Il respiro era sempre ritenuto il segno principale della vita, anzi l'essenza stessa della vita. Tuttora alla domanda: "Vive?", di solito si risponde: "Respira", come se si trattasse di un sinonimo". La verità è quindi la vita.
 


Ma torniamo alla preziosità di questo libro che “purtroppo” spinge oltre e incoraggia digressioni. Il virgolettato, di fondo, rivela la fortuna del testo e la sapienza dell’autrice che in un verso - a volte, in una sola parola - dà il giusto input al pensiero che scopre attualità implicite e correlate: la devozione senza fede, il conflitto fede ragione, e poi la donna oggetto… come non trovare in questi versi la frustrazione tutta al femminile, di oggi di sempre, di fronte l’aridità di certi maschi che si possono indicare solo attraverso il genere perché infangano l’appellativo di ‘uomini’...

somiglia alla mia vita
la sua (rosa) recisa dalla pianta
confusa con altre uguali

un profumo che ha stordito
chi l’ha scelta accarezzata
abbandonata dimenticata

domani domani chi la troverà
magari la getterà appassita
smarrita in lei ogni bellezza
 


Una nota a parte merita il ritornello in corsivo che si ripropone con lo stesso incipit 


“è un nome che cerco”

quasi a sostenere e accentuare il pathos dei versi che lo hanno preceduto. Ricorda il coro delle tragedie greche, pare assurgere come un personaggio collettivo che partecipa al dolore smisurato della Maddalena, la voce di tanti che, come lei, hanno intravisto una luce ineguagliabile e vi si avvincono, attratti

e Lui che mi sorride
con la sua mano tesa Lui
che cambia la mia storia

o almeno che ci prova
Lui che sale e scende fuori
mentre dentro è smarrimento
 


Resta da capire il significato la sostanza la funzionalità di quella luce di cui la ragione continua a minacciarne la veridicità senza approdare mai ad alcuna risposta che la confermi o la smentisca. Fino a quando la nostra dose di Maddalena in un sussurro suggerisce di cambiare prospettiva. È in quel movimento lento della conversione che giunge la chiave di lettura: le cose umane bisogna capirle per poterle amare, mentre le cose divine bisogna amarle per poterle capire. (Pascal).

E lei ha amato tanto ...


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